La caccia è una parola che ancora oggi sa evocare immagini potenti: boschi avvolti nella nebbia, cani in ferma sotto il cielo d’ottobre, l’abbaio dei segugi mentre rincorrono il cinghiale, il silenzio vibrante prima di un colpo che spezza l’aria. Ma per molti, per i veri appassionati, la caccia non è solo immagine. È vissuto, sudore e fatica, tradizione, e in certi casi, eredità.
Se negli anni passati era naturale vedere giovani armati di entusiasmo e fucile seguire gli anziani sui sentieri battuti dalla selvaggina, oggi il contesto è mutato. Viviamo in un tempo dove le parole “caccia”, “ambiente”, e “giovani” spesso sembrano appartenere a vocabolari diversi, estremamente distanti fra di loro. Eppure, ciò che emerge parlando con ragazzi nati dopo il Duemila è una visione inattesa, a volte sorprendentemente matura, che merita spazio di ascolto, ma soprattutto di grande riflessione, verso dei giovani che certamente stanno crescendo in un periodo storico totalmente diverso da quelli di diversi anni fa, soprattutto a livello culturale e di idee.
I giovani di ieri, di cui fa parte la mia “categoria” vivevano la caccia come parte del quotidiano. In molte comunità rurali italiane – Sardegna compresa – essere cacciatore significava conoscere la terra, i suoi ritmi e i suoi silenzi, i suoi profumi e le sue fragilità. Si imparava ad attendere, a riconoscere le tracce sul terreno, a rispettare la stagione e il ciclo naturale della fauna. La caccia era gesto, ma soprattutto pensiero. Un esercizio di consapevolezza che insegnava la misura: non si sparava per uccidere, si cacciava per capire, per custodire un equilibrio, ancora prima ai tempi dei nonni, per nutrirsi.
Quella generazione, ora più matura, parla della caccia con una nostalgia che non è rimpianto, ma orgoglio. Racconta di mattinate passate in silenzio, del profumo del mirto, delle camminate nei calanchi battuti dal sole. Racconta soprattutto dell’attesa: attesa della preda, del momento giusto, e spesso dell’incontro con sé stessi ” ricorda, la preda si abbatte prima con le orecchie e con gli occhi, solo dopo con il grilletto” una frase a cui mi sento molto legato.
Oggi il giovane cacciatore porta in spalla uno zaino diverso. Dentro ci sono ancora le cartucce, ma anche GPS, regolamenti, app per monitorare gli spostamenti della fauna, una vera e propria caccia tecnologica. C’è una consapevolezza nuova: quella ecologica, quella etica, quella della responsabilità sociale. Alcuni si avvicinano alla caccia attraverso studi universitari in scienze naturali, gestione ambientale, agronomia. Altri lo fanno in famiglia, ma sentono il bisogno di interpretare diversamente ciò che è stato. Meno impulso, più riflessione.
Non mancano ovviamente le difficoltà. I pregiudizi, gli attacchi ideologici, la scarsa informazione minano la percezione della caccia nelle società contemporanee. Eppure, chi oggi si avvicina all’attività venatoria lo fa spesso con una preparazione superiore a quella di un tempo. Studia le specie, valuta l’impatto, si confronta con le autorità ambientali. Il fucile diventa strumento di gestione, non solo di prelievo.
E tra qualche decennio? A quale punto saremo? Il mondo venatorio sarà chiamato a reinventarsi. Non potrà più contare solo sulla tradizione: dovrà fondarsi su formazione, comunicazione, apertura. La figura del cacciatore dovrà affrancarsi dallo stereotipo e diventare, a tutti gli effetti, custode del territorio. Un alleato della biodiversità, capace di collaborare con biologi, forestali, agricoltori. Il cacciatore del futuro sarà colui che conosce l’ecosistema, lo protegge, e lo regola con equilibrio. Quello che sicuramente accade anche oggi, ma con un sapore totalmente diverso.
Sarà quindi essenziale coinvolgere i giovani non solo come eredi, ma come innovatori. La caccia potrà così diventare terreno di incontro tra scienza e passione, tra conservazione e tradizione, tra memoria e futuro. E forse, proprio grazie a loro, rivivrà con rinnovata dignità e vigore.Nel futuro, immagino un dialogo più aperto tra tradizione e innovazione: dove chi pratica la caccia lo fa con consapevolezza e rispetto, e chi la contesta trova spazio per un confronto civile. L’equilibrio non sarà facile, ma credo che la chiave stia nel rinnovare la relazione tra uomo e ambiente: non basata sulla dominazione, ma sulla cura e sulla responsabilità.
La caccia, in questa visione futura, non sarà semplicemente un’attività da difendere o condannare, ma un simbolo delle nostre scelte come comunità, soprattutto a livello Europeo. E come tutte le scelte importanti, richiederà ascolto, evoluzione e soprattutto empatia.
In fondo, caccia è ascolto: del bosco, del tempo, e delle generazioni che attraversano entrambi. Chi sa cacciare, sa anche custodire. E questo, oggi più che mai, è il dono che il mondo venatorio può offrire al domani.
Per farla breve, oggi come sempre, viva la caccia!
Michele Secci

