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Ritiro cautelativo delle armi

ARMI

Cari soci ed Amici,
ritengo sia cosa utile soffermare la nostra attenzione sull’istituto del ritiro cautelare di armi e munizioni introdotto dal decreto legislativo n. 121/2013 che, oltre ad apportare “correttivi” alla precedente normativa, introduce diverse novità e modifiche nella disciplina dello specifico settore, soprattutto laddove, in passato, erano sorti numerosi dubbi interpretativi
Riportò una breve descrizione delle novità introdotte, tentando una prima disamina sui riflessi che queste avranno nella realtà pratica della vita di un cacciatore.
Ritiro cautelare
È stato ampliato il contenuto dell’art. 39 del t.u.l.p.s. che permette, in caso di necessità e urgenza, agli ufficiali ed agli agenti di pubblica sicurezza di procedere all’immediato ritiro cautelare di armi, munizioni e materie esplodenti regolarmente detenute e denunciate. Il provvedimento deve essere immediatamente comunicato al Prefetto che, constatata la capacità di abusarne da parte della persona, può assegnare all’interessato un termine di 150 giorni per l’eventuale cessione a terzi delle armi, munizioni o materie esplodenti ritirate. È altresì previsto che, entro lo stesso termine, la persona colpita dal provvedimento debba comunicare al Prefetto l’avvenuta cessione dei materiali e, in caso di mancato adempimento, la stessa autorità di P.S. possa disporre la loro confisca, ai sensi dell’art. 6, co. 5, della legge 152/75, provvedimento che assolve a funzioni sia cautelari che sanzionatorie.
L’inserimento di questo istituto giuridico permette di colmare un vuoto normativo che si verifica allorquando gli appartenenti alle Forze di polizia devono procedere al prelevamento coattivo di armi, munizioni e materie esplodenti senza che tale prelievo forzoso sia supportato da un fatto costituente reato ma che comunque siano coinvolti soggetti che, con una presunzione di carattere oggettivo, non siano più in possesso dei requisiti richiesti per la detenzione di questi particolari materiali e vi sia l’esigenza impellente di assumere iniziative idonee a prevenire tragici eventi. L’attività di assicurazione in esame, di carattere prettamente amministrativo-preventivo-cautelare, è utilizzabile quando non sia possibile eseguire il sequestro di natura penale, sia esso probatorio che preventivo per l’insussistenza di un reato già sufficientemente palesato o per mancanza di una condizione di procedibilità. Quindi il ritiro cautelare è utilizzabile nei casi in cui, non verificandosi i citati presupposti che conducono a fattispecie penali, sia comunque necessario spossessare, in via d’urgenza, anche temporaneamente, il detentore di particolari materiali, pur legittimamente detenuti, e dove vi sia il rischio attuale, probabile se non concreto, di abuso e quindi la necessità di prevenirlo, adottando così una misura utile e necessaria ad impedire eventuali illeciti nell’uso delle armi, munizioni e materie esplodenti.
La necessità dell’acquisizione forzosa delle armi deve essere incombente, connotata dai requisiti richiesti di urgenza e contingenza, non potendo attendere le decisioni e i provvedimenti definitivi dell’autorità di P.S. competente per la sospensione o la revoca del provvedimento autorizzativo riguardante le armi o il divieto della detenzione di armi, munizioni e materiali esplodenti imposto dal Prefetto, così come disposto in apertura dell’art. 39 del t.u.l.p.s.. Infatti l’adozione di tali provvedimenti presuppone una decisione supportata da adeguate istruttorie, un avvio del procedimento amministrativo che si concluda con un provvedimento definitivo, tutte attività che comportano comunque il trascorrere di un apprezzabile periodo di tempo e che la reale apprensione delle armi possa concretamente avvenire solo dopo alcuni giorni o settimane.
Il ritiro cautelare si presenta così come una forma atipica del sequestro amministrativo; quest’ultimo, dalla più attenta dottrina, si ritiene correttamente non poter operare in quanto applicabile solo ove siano previste, per il comportamento illecito, unicamente sanzioni amministrative pecuniarie e su quelle cose per le quali, al termine del procedimento amministrativo, può essere disposta la confisca.
Il sequestro amministrativo è quindi utilizzabile per l’attività di assicurazione delle armi/strumenti con modesta capacità offensiva ad aria e gas compressi i cui proiettili erogano un’energia cinetica non superiore a 7,5 joule e delle repliche di armi antiche ad avancarica di modello anteriore al 1890 a colpo singolo, disciplinati dal d.m. 9 agosto 2001, n. 362 che prevede, all’art. 16, sanzioni amministrative. Un ulteriore caso di previsione di sanzione amministrativa pecuniaria (e di conseguente operatività del sequestro amministrativo) è costituito dalla violazione degli artt. 35, co. 10 e 42, co. 2, t.u.l.p.s. che puniscono chi ha ottenuto il nulla osta all’acquisto o la licenza di porto d’arma ed abbia omesso la comunicazione ai conviventi maggiorenni.
Un’ultima considerazione sulla definizione di “arma” da poter sottoporre al ritiro cautelare; in altre parole, quali strumenti possono essere prelevati coattivamente? Sicuramente possono essere sottoposti alla misura cautelare tutte le armi proprie la cui destinazione naturale è l’offesa alla persona. Rientrano in tale definizione le:
¬armi da sparo che lanciano proiettili utilizzando sia l’azione di esplosivi (da fuoco) che l’aria o i gas compressi con energia superiore a 7,5 joule (non da fuoco);
armi non da sparo, denominate anche “armi bianche”, che richiedono l’energia dell’uomo, quali pugnali, spade, baionette, stiletti, bastoni animati, coltelli a scatto (mollette) che vanno comunque denunciate ai sensi dell’art. 38 t.u.l.p.s. e, quindi, rientrano pienamente nel campo di operatività del nuovo istituto del ritiro cautelare.
Vengono invece esclusi gli strumenti atti ad offendere, denominati anche “armi improprie”, che non solo non debbono essere denunciati ma non possono neanche essere determinati quantitativamente in quanto comprendenti oggetti che, pur non avendo come destinazione naturale l’offesa alla persona, talvolta possono essere usati a questo scopo come gli innumerevoli strumenti da punta e da taglio, fucili da caccia subacquea, cavatappi acuminati, punte di trapano, martelli, scure, roncole ecc..

Ulteriore problema sollevato è quello relativo alla convalida del provvedimento e, più in generale, la corretta individuazione di idonei strumenti di tutela processuale e delle persone alle quali viene sottratta la disponibilità delle armi, munizioni o materie esplodenti. Per avere chiarezza stiamo ancora attendendo dopo oltre un decennio che il Ministero dell’interno fornisca precise indicazioni e, nell’attesa, la giurisprudenza si è pronunciata, in riferimento alla tempistica della presentazione al Prefetto del verbale di ritiro cautelare, il termine per la convalida e le possibilità, procedure e tempistica per l’eventuale ricorso/opposizione.
Inoltre, l’introduzione della procedura di confisca delle armi, qualora il privato non ottemperi all’ordine di cessione a terzi impartito dal Prefetto, permetterà una procedura di dismissione delle armi che consentirà un celere smaltimento di quelle non reclamate dai proprietari anche al fine di non far gravare sugli uffici delle Forze di polizia gli oneri e le rilevanti criticità sotto il profilo della custodia, del loro smaltimento e, più in generale, della sicurezza. La tempistica certa per la conclusione del procedimento di confisca eviterà che tali materiali restino per lungo tempo in deposito negli uffici di polizia.
Diverse controversie giunte innanzi al Consiglio di Stato concerne la legittimità del decreto con il quale il Prefetto ha disposto nei confronti dell’appellato il divieto di detenzione di armi di ogni genere a qualsiasi titolo con obbligo di immediata consegna di tutte le armi eventualmente possedute alla Stazione dei Carabinieri per la custodia.
In un caso concreto, la sentenza di primo grado, accogliendo il ricorso, ha annullato il decreto prefettizio de quo, ritenendo che, pur se il Prefetto in materia dispone di un potere ampiamente discrezionale nel valutare qualsiasi circostanza che suggerisca di vietare la detenzione di armi ai privati, tuttavia, nel caso concreto, gli elementi di fatto indicati nelle premesse del provvedimento (ed analizzati puntualmente dal giudice di primo grado) non sarebbero stati sufficienti, ai sensi dell’art.39 TULPS, a sostenere una valutazione negativa circa l’affidabilità dell’appellato nel corretto uso delle armi. La Sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 31.10.2018, ha posto un punto fisso, chiarendo l’iter logico che il Prefetto deve seguire per negare la detenzione di armi e munizioni al cittadino. Ad avviso del Consiglio di Stato l’iter argomentativo del giudice di primo grado non appare condivisibile. “Infatti, premesso che l’art.39 TULPS (modificato dal D.LGS. n.121/2013) stabilisce che “il Prefetto ha facoltà di vietare la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell’articolo precedente, alle persona ritenute capaci di abusarne”, correttamente il Ministero appellante rileva che nel nostro ordinamento la detenzione di armi rappresenta una eccezione al generale divieto di possesso di armi da parte dei privati, speculare alla circostanza che la detenzione ed il porto delle medesime sono sottoposte a specifici procedimenti autorizzativi, dettati dallo stesso Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza- TULPS.
Quindi, come ha rilevato la consolidata giurisprudenza di questo Consiglio di Stato, poiché la valutazione sulla affidabilità del soggetto nel corretto uso dell’arma corrisponde ad un interesse generale primario quale quello alla tutela pubblica incolumità, appare evidente che, nell’ambito di una valutazione complessiva dei vari profili della posizione soggettiva di un privato, la circostanza che l’interessato sia stato oggetto della misura cautelare degli arresti domiciliari va ritenuta, in via di principio, di per se stessa ragione idonea a sostegno di un giudizio di “non affidabilità”(vedi C.d.S. n.5398/2014).
D’altra parte, poiché la valutazione del Prefetto, in questi casi, ha natura ampiamente discrezionale, essendo volta a prevenire il pericolo per la pubblica incolumità, e non a perseguire fini sanzionatori, il giudizio di affidabilità nel corretto uso dell’arma non può prescindere (come invece asserisce l’appellato) dalla verifica anche della sussistenza in capo al privato del dovere di “buona condotta”, requisito previsto, in via di principio, dall’art.11 TULPS per il rilascio di tutte le tipologie dell’autorizzazione di polizia ai privati (giurisprudenza consolidata, vedi ex multis C.d.S. n.4664/2016 e n.3813/2006).
Infatti l’art. 11 dispone che “Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:
1) a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;
2) a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.
Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta. Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione”. Inoltre, nella analoga materia del porto d’armi, l’art. 43 TULPS dispone che, oltre a quanto è stabilito dall’art. 11, la licenza di porto d’armi non può essere rilasciata, non solo a coloro che sono stati condannati per determinati delitti (ipotesi tipizzate), ma anche (con clausola generale,formula di chiusura) “a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi”.In conseguenza (vedi ex multis Cons. Stato, Sez. III, 14/12/2016, n. 5272) “da tale quadro normativo, emerge che il legislatore ha individuato i casi in cui l’Autorità amministrativa è titolare di poteri strettamente vincolati (ai sensi dell’art. 11, primo comma e terzo comma, prima parte, e dell’art. 43, primo comma, che impongono il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia ovvero il loro ritiro) e quelli in cui, invece, è titolare di poteri discrezionali (ai sensi dell’art. 11, secondo comma e terzo comma, seconda parte, e dell’art. 39 e 43, secondo comma) (vedi ancora Cons. Stato, Sez. III, 10 novembre 2016, n. 4664; Sez. III, 14 ottobre 2016, n. 4262; Sez. III, 3 maggio 2016, n. 1727; Sez. III, 7 marzo 2016, n. 922; Sez. III, 1° agosto 2014, n. 4121; Sez. III, 12 giugno 2014, n. 2987)” Spero di aver contribuito, con queste mie note, a far un pò di chiarezza in una materia ostica ed ermeneutica per i non addetti ai lavori, comunque, a breve, con l’istituzione della sede dell’Ufficio legale del CPA, sarà a disposizione dei nostri soci un recapito telefonico ed l’indirizzo mail cpa.garantenazionale@gmail.com a cui far pervenire segnalazioni per ottenere un primo soccorso legale nell’immediatezza della contestazione della presunta violazione di Legge.
Un cordiale saluto a tutti e sempre W la Caccia
Avv. Pino Lanunziata – Garante Nazionale C.P.A.

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