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Rilascio del porto d’armi e vecchie condanne

LICENZA - PORTO D'ARMI

Cari Amici del CPA, oggi argomenterò, insieme al nostro Presidente Avvocato Fiumani, in merito al Rilascio del porto d’armi circa vecchie condanne penali che non influiscono sull’affidabilità del richiedente. E’ in uso nelle Divisioni PASI di molte Questure italiane l’interpretazione negatoria della Circ. Min. 557/PAS/U/012678/10900 del 12 settembre 2018 in merito al rinnovo di porto di fucile ad uso di caccia in presenza di vecchie condanne, anche in presenza di riabilitazione. Ad onor del vero, l’affidabilità del soggetto che aspira al rilascio della licenza del porto d’armi non può essere esclusa da condotte illecite risalenti nel tempo: “in sede di rilascio della licenza di porto d’armi, pur dovendosi considerare che l’amministrazione gode di un ampio potere discrezionale, giustificato dalla delicatezza degli interessi pubblici coinvolti, nella valutazione delle posizioni soggettive dei privati non è possibile, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 43 del T.U.L.P.S., attribuire efficacia assolutamente ostativa a condotte che, per la loro distanza nel tempo, non appaiano ragionevolmente suscettibili di escludere in radice l’affidabilità attuale del soggetto che aspira al rilascio o al rinnovo della licenza del porto d’armi”. Inoltre “l’art. 43 T.U.L.P.S. non può essere interpretato nel senso che i reati ivi indicati siano in ogni caso tassativamente ostativi al rilascio delle licenza di porto e collezione di armi, escludendo la possibilità di ogni valutazione discrezionale più favorevole, ancorché sia intervenuta la riabilitazione, non sembrando significativo il fatto che l’art. 43, a differenza dell’art. 11, non faccia menzione della riabilitazione come evento che fa venir meno il regime di divieto”. “Secondo il prevalente indirizzo Giurisprudenziale, dal quale la Sezione non intende discostarsi, la differenza fra i due articoli consiste essenzialmente nella maggiore ampiezza dell’elenco dei reati ostativi”, argomenta il Consiglio di Stato; mentre “non sembra, invece, significativo il fatto che l’art. 43, a differenza dell’art. 11, non faccia menzione della riabilitazione come evento che fa venir meno il regime di divieto. Al contrario, attribuire rilevanza a questa (apparente) differenza testuale può portare a risultati scarsamente razionali; infatti, dovendosi interpretare l’art. 43 alla lettera, il regime di maggior severità sarebbe limitato ai reati indicati nello stesso art. 43 e non si applicherebbe a fattispecie (in ipotesi, anche molto più gravi) riconducibili soltanto alla previsione dell’art. 11 (nel senso, vedasi Cons. St., sez. III, 6 settembre 2012, n. 4731)”. E’ quanto emerge dal parere numero 03390/2013 in data 18/07/2013, pronunciato dalla Prima Sezione del Consiglio di Stato sul Ricorso Straordinario al Presidente della Repubblica, presentato dal signor C.L. per l’annullamento del decreto 7 settembre 2011, con il quale il Prefetto di Reggio Emilia ha respinto il ricorso gerarchico avverso il provvedimento del Questore, di diniego di rilascio della licenza di porto di fucile per uso tiro a volo e della licenza di collezione di armi comuni da sparo. Dall’istruttoria svolta, secondo l’Amministrazione, era infatti emerso un quadro di inaffidabilità del richiedente ai fini del rilascio delle autorizzazioni richieste (venivano riscontrate una condanna penale per fatti risalenti al 1986 ed una segnalazione alla Procura della Repubblica per ingiurie e lesioni personali). Contro il decreto del Prefetto, il signor C.L. ha presentato Ricorso straordinario al Capo dello Stato. Il ricorrente ha ritenuto illegittimo il provvedimento del Prefetto, che condivideva le valutazioni del Questore, in quanto l’episodio all’origine della condanna penale risaliva a ben 36 anni prima e che, comunque, l’intervenuta riabilitazione rendeva tale precedente irrilevante ai fini del rilascio della richiesta autorizzazione. Relativamente, poi, alla segnalazione alla Procura della Repubblica per lesioni lievi e ingiuria, pur essa abbastanza risalente nel tempo, non era sfociata in alcun accertamento della responsabilità del ricorrente, in quanto archiviata per remissione delle querele che le parti si erano scambiate. Quanto, infine, al giudizio di inaffidabilità, il ricorrente ha opposto di svolgere una vita regolare, dedita alla famiglia e al lavoro di artigiano in campo edile. Di contrario avviso l’amministrazione resistente, secondo la quale: “le autorizzazioni di polizia ai sensi del combinato disposto degli artt. 11 e 43 del T.U.L.P.S. devono essere negate in primo luogo a chi è considerato capace di abusarne o non è in possesso dei requisiti soggettivi prescritti”, inoltre “l’art. 43 del T.U.L.P.S., oltre a escludere che possa essere rilasciata la licenza di portare armi alle persone condannate per gravi reati (delitti non colposi commessi contro le persone con violenza, furto, rapine, estorsioni ecc… ed infine porto abusivo di armi), non contempla che la riabilitazione produca gli effetti di cui all’art.11 del medesimo testo unico”. Decidendo nel merito, la Sezione esprime il parere che il ricorso debba essere accolto, con conseguente annullamento del decreto prefettizio di rigetto del ricorso gerarchico e del sottostante provvedimento del questore, in quanto, in entrambi i provvedimenti impugnati, la mancanza in capo al ricorrente del requisito della buona condotta, viene fatta risalire a una condanna penale riportata circa trentasei anni prima, rispetto alla quale l’interessato ha ottenuto la riabilitazione sin dal 1986, e ad un successivo diverbio, senza conseguenze penalmente rilevanti, anch’esso molto risalente nel tempo. In secondo luogo perché, per le ragioni sopra espresse, non può essere applicato al caso concreto l’art.43 TULPS, in quanto l’interessato ha conseguito la riabilitazione in sede penale. Come rilevato dalla Corte Costituzionale (sent. 16 dic.1993 nr.440 §7), condividendo quanto già affermato con la Sua precedente Sentenza nr.24 del 1981, il potere di rilasciare le licenza di porto d’armi “costituisce una deroga al divieto sancito dall’art. 699 C.P. e dall’art.4 co.1 della 110/75; il PA non costituisce un dritto assoluto rappresentando, invece, eccezione al normale divieto di portare armi”. Pertanto, il diritto di portare armi non integra un diritto all’arma ma il frutto di una valutazione discrezionale nel formarsi della quale confluiscono sia la mancanza di requisiti negativi e sia la sussistenza di specifiche ragioni positive. Da tanto l’obbligo perentorio per le Questure di argomentare circa la buona condotta ATTUALE del richiedente (CdS Sez.III 10.08.2016 nr.3590 – CdS sez.III 13.09.2017 nr.4334); diversamente il funzionario istruttore si renderebbe manchevole ex D.Lgvo 3 febbraio 1993, recante “razionalizzazione dell’organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego, a norma dell’articolo 2 della legge 23 ottobre 1992, n. 421” su Gazzetta Ufficiale n. 119 del 25-05-1998. Ciò posto, riteniamo che il diniego del rinnovo del porto d’armi per uso di caccia debba essere sempre supportato da una congrua VALUTAZIONE ATTUALE circa il giudizio della inaffidabilità espresso nei confronti del cittadino. Nella materia de qua, infatti, le Questure, pur esprimendo una valutazione discrezionale circa la non affidabilità del richiedente, NON possono prescindere da una congrua ed adeguata istruttoria della quale dar conto nella motivazione finale, ed allo stesso modo DEVONO DAR CONTO delle osservazioni mosse in sede di memoria ex art. 10 bis, notificata anche quale atto di invito alla rivisitazione in autotutela. NON dimentichiamoci che il Legislatore che ha novellato la 241/90 con l’inserimento dell’art.10/bis, ha previsto e richiesto espressamente che il provvedimento finale fosse argomentato soprattutto in riferimento alle osservazioni mosse ex adverso alla PA dal cittadino, con una profonda ed adeguata motivazione, nonché nel rispetto del diritto alla partecipazione alla formazione del procedimento e per la valutazione dell’iter logico valutativo seguito dalla PA per giungere al definitivo (sic!). Per tali ragioni, si ritiene e qui si argomenta che è necessario che il provvedimento ostativo all’uso delle armi sia fondato su una valutazione del comportamento ATTUALE del soggetto interessato, giammai regressa idem TAR Campania Napoli sez. V 06.07.2016 nr.3423). Tanto narrato, facendo riferimento a diverse Sentenze della Suprema Corte di Giustizia Amministrativa, vi esortiamo ad attivarvi prontamente in caso di diniego al rinnovo del porto d’armi per uso di caccia, anche informando gli organi locali del CPA. Restiamo uniti, perché uniti si vince. Un cordiale saluto e sempre Viva la Caccia!

Avv.Pino Lanunziata – Garante Nazionale C.P.A.
Avv. Alessandro Fiumani – Presidente Nazionale C.P.A.

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