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Il C.P.A. sbarca a Bruxelles

A febbraio di quest’anno è stato organizzato un importantissimo Convegno a Bruxelles dal titolo “The positive role of Hunters in protecting EU’s biodiversity” (il ruolo positivo dei cacciatori nella difesa della biodiversità in Europa), promosso dal gruppo ECR, capitanato dall’On. Pietro Fiocchi, al quale vanno i nostri più sentiti ringraziamenti per aver affrontato nella prestigiosa Sede del Parlamento Europeo delle tematiche che evidenziano l’importanza del ruolo del cacciatore nella difesa della biodiversità. I Relatori, proveniente da diversi Paesi Europei, hanno sottolineato tutti che il cacciatore è visto come alleato se non difensore della natura. Cogliamo questa occasione per ringraziare ancora una volta l’On. Fiocchi, che in questa opportunità ha superato l’odiosa classificazione tra Associazioni venatorie riconosciute e non, invitando la delegazione del CPA composta dal Presidente Nazionale Alessandro Fiumani e dal Vicepresidente Nazionale Francesco D’Errico, perché nella battaglia in difesa dell’ambiente non esistono Associazioni di serie A ed Associazioni di serie B. Qui di seguito riportiamo un estratto dell’intervento del nostro Presidente Fiumani. Il ruolo propositivo del cacciatore a salvaguardia della biodiversità. Questo è il titolo dell’importante convegno tenutosi a Bruxelles, a cui il CPA è stato invitato con una qualificata delegazione composta dal Presidente Alessandro Fiumani e dal Vicepresidente vicario Francesco D’Errico. Nel suo intervento il Presidente, davanti a delegazioni di cacciatori e non solo, provenienti da tutta Europa, ha evidenziato come siano troppe le cause che attentano all’ambiente naturale, alla fauna e alla nostra stessa salute; tra le più devastanti, annoveriamo l’inquinamento, gli incendi, la cementificazione, i fitofarmaci ed in questo elenco non troviamo la caccia. Si tratta di cause così numerose e complesse, che devono essere affrontate con la più vasta alleanza sociale possibile tra le categorie interessate: scienziati, uomini di cultura, economisti, ambientalisti, agricoltori e cacciatori, perché la caccia può concorrere alla gestione faunistica del territorio con l’obbiettivo comune della difesa della fauna e soprattutto del suo habitat, perché nessun essere vivente può sopravvivere se l’ambiente non è idoneo ad accoglierlo. E’ evidente, ci piaccia o no, che l’uomo ha alterato gli equilibri della natura, ed è l’uomo che deve intervenire per riparare a ciò. Nella battaglia per la salvezza del nostro ecosistema e della nostra biodiversità, un ruolo determinante lo giocano i cacciatori attraverso le loro attività, come il controllo del territorio, che assicura un presidio in grado di opporsi a tutta una serie di attacchi sommersi contro il territorio stesso, che rischierebbero di passare inosservati; inoltre, i cacciatori con il loro lavoro, volontario, sono impegnati tutto l’anno in interventi di miglioramento ambientale, che vanno dalla creazione al mantenimento di migliaia di ettari di zone umide e di pascoli montani, oltre alla pulizia di boschi e ad interventi colturali negli habitat di pianura e collina, il tutto senza costi per la comunità. Senza questi interventi svolti dai cacciatori, il territorio risulterebbe innegabilmente più povero e meno ospitale per tutte le specie viventi. Uomo compreso. Ispirarsi al principio della tutela della biodiversità è il filo conduttore che può indicare la via maestra nella gestione delle grandi tematiche ambientali a livello globale, così come nei nostri comportamenti di ogni giorno, per costruire un futuro migliore per noi e i nostri figli; un modello che i cacciatori seguono da sempre, naturalmente. Il Presidente ha evidenziato come il cacciatore, nell’esercizio della sua passione, sia mosso da egoismo: vale a dire quel comportamento che porta alla ricerca permanente del proprio vantaggio. Ma è proprio questo egoismo l’aspetto positivo che dovrebbe essere evidenziato a coloro che a caccia non vanno; infatti il cacciatore caccia la selvaggina, la selvaggina prolifera in un ambiente sano dove può vivere tranquilla, riprodursi ed allevare i piccoli, pertanto il cacciatore è il primo che vuole un ambiente sano dove trovare la selvaggina. L’idea che basti “lasciar fare alla natura”, tipica dell’ambientalismo radicale, oltre che priva di fondamento è incompatibile in una logica di gestione integrale, ed è bene rendersi conto una volta per tutte che, in una realtà antropizzata come la nostra, l’intervento dell’uomo non serve per distruggere, ma anche per conservare. Esempi tristemente famosi: Daunia Risi e Valle della Batteria nella foce del Po, zone stupende in cui è stata vietata la caccia e che ora versano in un pietoso stato di abbandono, disertate da quella fauna che voleva essere salvata dai cacciatori. Questi squilibri hanno portato ad una proliferazione eccessiva di volpi, corvi, gabbiani, nutrie e lupi, e questo deriva da norme internazionali che si basano su larga scala ma nel nostro Paese stanno portando a squilibri intollerabili, soprattutto ai vertici delle catene alimentari, con la certa compromissione del nostro patrimonio faunistico. I cacciatori sono gli unici che possono controllare questi equilibri. Per aiutare la natura, per favorire la biodiversità è necessaria la scienza. La biodiversità si difende anche e soprattutto con la ricerca, e per alcuni aspetti i cacciatori posso essere estremamente utili. Si avrebbero sicuramente dei miglioramenti se l’Europa e i Paesi membri investissero di più nella ricerca: la caccia si deve basare su dati scientifici, ma la “scienza” non deve essere usata contro la caccia in maniera ideologica, come purtroppo avviene ora in Italia. I cacciatori sono pronti a schierarsi al fianco degli scienziati, e sono certo che possono dare un contributo notevole che va a favore di tutti, ma non sono più disposti a tollerare una scienza asservita alla ideologia anticaccia. Purtroppo, in Italia, i veri interessi degli ambientalisti sono altri, così come quelli della politica, che ha cercato, fino ad oggi, solo di mediare le diverse istanze.

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