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E’ possibile la revoca del divieto di detenzione armi ex art. 39 TULPS, a quali condizioni?

L’art. 39 TULPS è stato già esaminato da questa Associazione con l’articolo presente al seguente link: https://www.cpacacciapescaambiente.com/ritiro-cautelativo-delle armi/#:~:text=È%20stato%20ampliato%20il%20contenuto,esplodenti%20regolarmente%20detenute%20e%20denunciate. Nel presente contributo, invece, si analizzerà il medesimo istituto ma sotto un punto di vista diverso, cercando di illustrare quali sono le possibilità che l’ordinamento giuridico accorda al privato per far venir meno il divieto di detenzione armi, materia, tra le altre, oggetto di notevole contenzioso. In tal senso, occorre premettere che dall’esame dell’art. 39 TULPS emerge chiaramente che il divieto di detenzione armi opera sine die e, quindi, senza un limite temporale di efficacia, incidendo in maniera importante sulla vita del soggetto titolare di porto d’armi, in quanto il provvedimento in parola risulta ostativo al rilascio di quest’ultimo. Al fine di rimuovere tali effetti pregiudizievoli, il soggetto interessato dovrà attivarsi per far venir meno tale atto amministrativo, per mezzo di un’istanza di revoca indirizzata alla Prefettura competente e, pertanto, mediante l’attivazione del potere di autotutela amministrativa. Seppur, in linea generale, non sussiste un obbligo per le Amministrazioni di intervenire in autotutela su un proprio precedente provvedimento, tuttavia, tale onere incombe nelle ipotesi in cui un provvedimento amministrativo limiti la sfera giuridica del privato in via permanente, come nel caso del divieto di detenere armi, munizioni e materie esplodenti, ai sensi dell’art. 39 del T.U.L.P.S. Ed infatti, come innanzi anticipato, diversamente da altre fattispecie normative che prevedono un termine di efficacia alle misure amministrative limitative della sfera giuridica dei destinatari, la disposizione in parola non stabilisce una durata al divieto imponibile dal Prefetto. V’è, però, che deve ritenersi che il provvedimento inibitorio adottato “…non possa avere una efficacia sine die, non rispondendo ad alcun interesse pubblico la protrazione a tempo indeterminato del divieto, laddove sia venuta meno l’attualità del giudizio di pericolosità in precedenza espresso…” (TAR Lombardia Milano, Sez. I, 22.05.2023, n. 1197). Ne consegue, pertanto, che “…l’interpretazione costituzionalmente orientata del sistema normativo deve condurre ad affermare che, a fronte della mancanza di un limite temporale di efficacia del provvedimento, deve riconoscersi in capo al destinatario un interesse giuridicamente protetto ad ottenere, dopo il decorso di un termine ragionevole e in presenza di positive sopravvenienze che abbiano mutato il quadro indiziario posto a base della pregressa valutazione di inaffidabilità, un aggiornamento della propria posizione e, in caso di esito positivo, la revoca dell’atto inibitorio. Ne discende, altresì, che il riesame deve essere costituito da una verifica puntuale e attuale della permanenza delle condizioni per l’atto inibitorio o meno, non potendosi risolvere in un formale richiamo a verifiche precedenti…”. (T.A.R. Trento, 24 settembre 2021, n.148). In tal senso, la giurisprudenza amministrativa ha sostenuto che: “…Il Collegio, richiamando la giurisprudenza pronunciatasi su fattispecie del tutto analoghe (T.A.R. Toscana, sez. II, 07/11/2022, n.1273 e 10/10/2022, n.1143, che hanno enucleato le condizioni per la sussistenza dell’obbligo dell’amministrazione di pronunciarsi sull’istanza di revoca di un divieto di detenzione delle armi; T.A.R. Calabria, Catanzaro, sez. I, 25/01/2022, n.84; T.A.R. Campania, Napoli, sez. V, 18/05/2022, n. 3394 e 4 giugno 2020, n. 2210; T.A.R. Sicilia, Palermo, sez. III, 4 febbraio 2020, n. 293 e sez. II, 20/02/2019, n. 508), ritiene che debba essere fornita un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 39 T.U.L.P.S. che contemperi i contrapposti interessi, secondo i principi di ragionevolezza (art. 3 Cost.) e buon andamento della Pubblica Amministrazione (art. 97 Cost.), rispetto ai quali è corollario il principio di proporzionalità dell’azione pubblica. Nel rispetto del dettato normativo della disposizione, configurante una misura preventiva sine die, può riconoscersi in capo ai destinatari l’interesse giuridicamente protetto ad ottenere dall’Amministrazione un riesame della propria posizione, quando sia rappresentato un mutamento sostanziale delle circostanze valorizzate nel provvedimento e sia trascorso un ragionevole lasso di tempo dallo stesso…” (TAR Campania Salerno, Sez. I, 13.06.2023, n. 1345). Quindi, alla luce delle coordinate ermeneutiche innanzi delineate, balza evidente che, trascorso un ragionevole lasso di tempo, l’Amministrazione sarà tenuta a istruire un procedimento di secondo grado teso a valutare l’attuale sussistenza dei presupposti che hanno condotto all’adozione del divieto di detenzione armi o, in caso di mancato riscontro entro il termine prescritto dalla Legge, si formerà il silenzio inadempimento, censurabile innanzi al TAR. In altri termini, nell’ipotesi in cui l’istante abbia fornito nella propria istanza di revoca tutti gli elementi atti a comprovare un effettivo mutamento dei fatti, trascorso un ragionevole lasso di tempo, la Prefettura sarà obbligata a determinarsi e, in caso contrario, il privato potrà adire il TAR competente per la declaratoria di illegittimità del silenzio serbato, con contestuale ordine da parte del Giudice Amministrativo all’Amministrazione di adempiere entro un dato termine, con la possibilità di nomina di un commissario ad acta in caso di ulteriore inadempimento. Gli elementi che l’Autorità di P.S deve valutare in sede di riesame del provvedimento di detenzione armi. Come evidenziato, incombe sull’Amministrazione l’onere di istruire un procedimento di autotutela a fronte di un’istanza prodotta dal privato, qualora sussistano i presupposti individuati dalla giurisprudenza amministrativa. Nel procedimento in autotutela, le Amministrazioni dello Stato devono condure un’attenta istruttoria tesa a valutare tutta una serie di elementi che denotano, con attualità, favorevolmente la personalità dell’istante, valutando se lo stesso ha avuto un contegno assolutamente improntato al pieno rispetto delle norme e del vivere civile, soprattutto, considerando il lungo lasso di tempo intercorso dagli eventi contestati. In tal senso, si consideri che la necessità che l’Autorità di pubblica sicurezza deve svolgere la predetta istruttoria considerando tutti i summenzionati elementi, deriva dall’ampia discrezionalità di cui godono nel valutare la sussistenza dei requisiti di affidabilità del soggetto nell’uso e nella custodia delle armi, a tutela della pubblica incolumità. E invero, la natura discrezionale del procedimento in parola implica che l’Amministrazione, nel vagliare l’istanza del privato, deve svolgere un’istruttoria congrua ed adeguata, entro i limiti imposti dall’ordinamento per il corretto esercizio di tale potere, che le consenta una valutazione complessiva del soggetto e, dunque, tenendo conto anche del percorso di vita del richiedente successivo agli eventuali episodi ostativi, e ciò, in particolar modo, laddove tali episodi siano risalenti nel tempo. In tal senso, costituisce ius receptum l’assunto a mente del quale, per quanto ai sensi dell’art. 39 TULPS sia sufficiente un ragionevole dubbio di abusare di armi per vietarne la detenzione, tale dubbio deve obbligatoriamente fondarsi su circostanze attuali (arg. ex T.A.R. Lombardia, Milano, sez. III, 7 marzo 2019, n. 468), non potendo risultare ostativo un fatto risalente nel tempo, che non risulta essere stato successivamente riprodotto (arg. ex T.A.R. Piemonte, sez. I, 27 settembre 2016, n. 1177) e che, per di più, è caratterizzato dall’assenza di un legame con l’impiego di impiego di armi. Le siffatte conclusioni si impongono perché sono l’esito di un’interpretazione costituzionalmente orientata che, facendo buon governo anche del principio di ragionevolezza, onera le Amministrazioni competenti a considerare debitamente anche la sussistenza di diversi elementi, che denotano favorevolmente la personalità dell’interessato con carattere di attualità. Balza allora agli occhi che, nella materia de qua, è necessaria una specifica istruttoria che tenga conto del fattore “tempo”, del suo trascorrere e degli effetti che lo stesso ha nelle dinamiche personali e relazionali, in quanto tale ultimo presupposto non può essere considerato come un elemento acquisito una volta per sempre, dal momento che l’attualità degli stessi deve essere valutata di volta in volta. Sicché, dalle osservazioni innanzi rassegnate, si ricava agevolmente che nell’esame dei presupposti per il rilascio o il diniego di un porto d’armi (cosi come anche per il divieto di detenzione), le Amministrazioni competenti devono valutare in concreto la sussistenza dei presupposti all’esito di un giudizio di affidabilità dell’interessato svolto considerando tutti gli elementi che nell’attualità connotano la personalità del richiedente (Cons. St., sez. III, 15ottobre 2019, n. 6995, che richiama Cons. St., sez. III, n. 5313/2017). Costituisce essenziale corollario applicativo delle premesse sopra esposte la regola secondo cui la valutazione dell’Amministrazione deve tenere in considerazione una moltitudine di elementi e che, quindi, muova sì da una condanna o una determinata condotta, ma abbracci l’intero spettro di elementi, anche sopravvenuti, suscettibili di valutazione al suddetto fine (ovvero, esemplificativamente, la concreta entità del fatto criminoso, il lasso temporale trascorso dall’evento, il fatto che non siano seguiti analoghi episodi, significativi di personalità poco affidabile o, comunque, poco integrata nell’ordinato contesto socio economico del luogo di abituale dimora, sia sotto un profilo generale che in relazione all’uso delle armi). Sul punto, la giurisprudenza ha raggiunto sicuri e ragionevoli approdi, volti a ribadire con costanza e fermezza che: “…Nel caso di specie, l’episodio in cui il ricorrente ha riportato uno stato di alterazione psicofisica è rimasto isolato, non essendo incorso in ulteriori condotte tali da ingenerare dubbi sulla sua idoneità all’uso delle armi, ciò che l’Amministrazione non ha tuttavia minimamente valutato delle armi. Dalla singola violazione del codice stradale per guida alterata, non può tuttavia conseguire automaticamente anche un divieto generale di detenzione laddove la motivazione addotta, come avvenuto nel caso di specie, non supporti adeguatamente un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato per l’ordine e la sicurezza pubblica, non rendendo infatti verosimile un giudizio prognostico ex ante circa la sopravvenuta inaffidabilità del ricorrente…(TAR Lombardia Milano, Sez. I, 07.03.2022, n. 539; Ex multis: TAR. Piemonte, Sez. I, 19.07.2018, n. 894, TAR Lombardia Milano, Sez. III, 02.12.2013, n. 2640). E, invero, costituisce dato inveterato del diritto vivente, espressamente reiterato in subjecta materia, quello in forza del quale: “…avuto riguardo al tempo trascorso dai fatti contestati, si sarebbe imposto un approfondimento istruttorio, al fine di vagliare il percorso di vita successivamente intrapreso dal ricorrente, laddove per contro la mancata comunicazione di avvio del procedimento, impedendo al ricorrente di offrire il proprio contributo in sede procedimentale, nella mancanza del ricorrere delle reali ragioni di urgenza qualificata – certamente non rinvenibile in relazione a fatti risalenti nel tempo – si è risolta in un ulteriore difetto di istruttoria e di motivazione…” (TAR Campania Napoli, Sez. V, 3634/2020). Pertanto, è principio assolutamente consolidato quello a mente del quale “… l’Amministrazione, nel vagliare l’istanza del privato, deve svolgere un’istruttoria congrua ed adeguata, di cui deve dar conto in motivazione, che le consenta una valutazione complessiva del soggetto e dunque tenendo conto anche del percorso di vita del richiedente successivo agli eventuali episodi ostativi, e ciò in particolare laddove tali episodi … siano risalenti nel tempo” (cfr., Consiglio di Stato, Sez. III, 20.05.2020, n. 3199). In tal senso, è stato precisato altresì che “…deve riconoscersi in capo al destinatario un interesse giuridicamente protetto ad ottenere, dopo il decorso di un termine ragionevole ed in presenza di positive sopravvenienze che abbiano mutato il quadro indiziario posto a base della pregressa valutazione di inaffidabilità. Ne discende, altresì, che il riesame deve essere costituito da una verifica puntuale e attuale della permanenza delle condizioni per l’atto inibitorio o meno, non potendo risolversi in un ‘formale’ richiamo a verifiche precedenti…” (Cons. St., Sez. III, 18.01.2021, n. 500). Ed ancora: “…i motivi di ricorso possano essere trattati congiuntamente. Essi sono fondati per quanto attiene alle dedotte censure di difetto di istruttoria e di motivazione…Nel caso in esame, l’Amministrazione non risulta avere correttamente esercitato il potere ampiamente discrezionale attribuitole dalla legge. In particolare, dalla motivazione dell’atto emerge che la stessa si è soffermata essenzialmente sui fatti e sulle circostanze esaminati circa due anni prima, in occasione della precedente istanza di revoca del divieto presentata dal ricorrente, dato il richiamo alla nota della Prefettura del 29 novembre 2018 con cui detta istanza era stata respinta e al parere espresso dalla Questura in data 8 novembre 2018. In quell’occasione, invero, si poneva l’accento sul fatto che il tempo trascorso a quella data non fosse sufficiente a modificare il giudizio di pericolosità su cui era stato basato il divieto nel 2015, anche inconsiderazione del fatto che, avendo il ricorrente preso parte ad un programma terapeutico presso il DDP di Pesaro, ciò lasciasse intendere che egli fosse consumatore abituale di marjuana. A ben guardare, tuttavia, come si ricava dal documento n. 16 allegato al ricorso (certificato del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Asur Marche), detto programma terapeutico(cfr., doc. n. 7 allegato al ricorso), che peraltro era relativo alla sospensione del processo penale e alla messa alla prova del ricorrente, si era concluso positivamente già alla data del 25 gennaio 2017, come altresì evidenziato nella sentenza penale del Tribunale di Pesaro n. -OMISSIS- del 17 febbraio 2017(con cui è stato dichiarato estinto il reato ascritto all’imputato per esito positivo della messa alla prova). Sebbene, dunque, la nuova istanza di revoca del divieto di detenzione di armi risalga all’anno 2020 e quindi sia di circa due anni successiva alla precedente già esaminata dall’Amministrazione nel 2018, quest’ultima si è limitata a richiamare le ragioni del diniego contenuto nella nota della Prefettura del 29novembre 2018, senza riferimenti specifici all’attuale personalità del ricorrente ovvero alla persistenza di reali situazioni di pericolo; non risultano essere state valutate, infatti, le circostanze sopravvenute e allegate all’istanza di riesame, né risulta che si sia tenuto conto del percorso di vita dell’istante successivo agli episodi inizialmente ritenuti ostativi. E ciò, nonostante dagli atti depositati in giudizio si ricavi che non ci sono ulteriori segnalazioni a carico del ricorrente oltre a quella che aveva dato origine al divieto di porto d’armi e il medesimo– che già durante il periodo di osservazione presso il DDP non aveva evidenziato problematiche relative all’uso di sostanze stupefacenti (cfr., certificato del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Asur Marche rilasciato in data 8 luglio 2020 – doc. n. 15 allegato al ricorso) – risulta non avere più avuto contatti con tale Servizio nonché in possesso di un lavoro a tempo indeterminato presso la -OMISSIS- di Pesaro dal 1° maggio 2018 (doc. n. 9 allegato al ricorso). L’Amministrazione, invece, è sempre chiamata ad effettuare tali valutazioni, anche a fronte della richiesta di riesame di un precedente provvedimento atteso che, qualora l’istante fornisca adeguati elementi atti a comprovare la cessazione di ogni pericolo di abuso, vieppiù rispetto a fatti risalenti nel tempo, l’Autorità di polizia è tenuta a riconsiderare la personalità del soggetto richiedente e a valutare la sua affidabilità, mediante la formulazione di un giudizio rapportato all’attualità. Peraltro, va anche tenuto in considerazione il fatto che il ricorrente è stato processato per fatti di lieve entità risalenti al 2014, ossia perché, in concorso con altro soggetto, coltivava cinque piante di cannabis, di cui due in fiore, reato dichiarato estinto dal giudice penale dato l’esito positivo della messa alla prova. Inoltre, nel provvedimento impugnato si fa riferimento ad indici di pericolosità non attuali, atteso che in esso non si menzionano nuovi e più recenti episodi in grado di dimostrare il persistere dell’inaffidabilità del ricorrente…” (TAR Marche, Sez. I, 05.05.2022, n. 275). A ciò si aggiunga che le emergenze istruttorie dovranno essere obbligatoriamente esternate in una congrua motivazione che dia effettivamente contezza del percorso logico-giuridico sotteso al provvedimento di contenuto negativo, ivi compresa, la valutazione di circostanze sopravvenute. L’onere probatorio dei fatti addebitati. Inoltre, in materia di onere probatorio nei procedimenti per il rilascio di porto d’armi, è stato precisato che:“…il provvedimento è inficiato sotto il profilo motivazionale – atteso che assume la persistenza di profili inibitori al rilascio del titolo, affatto indimostrati; e per i quali, invero inammissibilmente, viene postulata una sorta di inversione dell’onere probatorio a carico della parte richiedente (laddove, diversamente, è l’autorità competente per il rilascio del titolo a dover accertare la presenza, o meno, degli elementi ostativi indicati nel T.U.L.P.S.) – va parimenti rilevata l’assoluta carenza di attività istruttoria prodromica all’adozione della gravata determinazione…”. (TAR Calabria, Sez. di Reggio Calabria, 20.07.2016 n. 841). Del resto, tale pacifico insegnamento giurisprudenziale ben si attanaglia ma a con il principio generale di civiltà giuridica secondo cui la prova dei fatti negativi non può essere data, riassunto egregiamente nel brocardo latino “negativa non sunt provanda”. A riprova inequivocabile di ciò, basti considerare che la Corte Costituzionale, con sentenza n. 440/1993, ha dichiarato “in applicazione dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l’illegittimità costituzionale dell’art. 43, secondo comma, del TULPS, nella parte in cui pone a carico dell’interessato l’onere di provare la sua buona condotta”. Infine, non può sottacersi che la possibilità di invertire l’onere della prova all’interno del procedimento finirebbe per trasformare un procedimento discrezionale in mero arbitrio, in quanto l’Amministrazione potrà fondare il proprio convincimento sulla scorta di semplici asserzioni non adeguatamente comprovate dalle emergenze istruttorie e ciò in violazione dei più importanti principi che informano l’attività amministrativa e che hanno segnato un passaggio epocale nei rapporti tra PP.AA. e privati.

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