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La selvaggina nobile stanziale

Q Una delle tipologie di caccia preferite dai cacciatori italiani, è quella della selvaggina nobile stanziale. Per decenni, prima la Starna e successivamente il Fagiano, ma proprio con il passare degli anni prima uno e poi l’altro sono scomparsi dal nostro territorio, anche se con alcune eccezioni. Entrambi sono della famiglia dei Galliformi, la Starna che è molto più piccola del fagiano raggiunge un peso di 400/500 gr mentre quest’ultimo supera abbondantemente il chilogrammo. Ormai brigate di Starne non ne vediamo più da diversi anni, mentre la diminuzione delle popolazioni dei Fagiani ormai è incontrovertibile, tanto è che in alcuni territori sembra davvero estinto. Entrambe le specie erano considerate patrimonio dell’attività venatoria in quanto, i cacciatori, in particolare quelli con il cane da ferma e successivamente anche da cerca, avevano trovato il selvatico “nobile”, da poter cacciare e con il quale divertirsi. Con l’entrata in vigore della nuova legge quadro nazionale (157/92) e soprattutto con la “non” gestione degli Ambiti Territoriali di Caccia (ATC), non solo starna, già scomparsa, ma anche il fagiano selvatico è andato a scomparire. Chi di noi ha qualche capello grigio o bianco, ha visto che fino agli anni 70/80 il fagiano, questo meraviglioso selvatico alloctono, si era radicato molto bene nei nostri territori tant’è che i cacciatori italiani lo avevano eletto come preda preferita da cacciare con il cane. Purtroppo ai giorni nostri proprio il fagiano detiene il primato della decrescita delle popolazioni sul nostro territorio. Se andiamo ad analizzare le problematiche inerenti a questa decrescit, non possiamo ignorare alcuni fattori di vitale importanza: Il primo è la conformazione del nostro territorio agricolo, che in 30/40 anni ha cambiato notevolmente il suo aspetto, oggi non esiste più il piccolo agricoltore ma il latifondista, che sfrutta il proprio terreno caratterizzato da grandi estensioni di cereali o vigneti per ottimizzare l’economia della propria azienda. Tutto lecito naturalmente. Qualche decennio fa esisteva invece il piccolo agricoltore, cioè colui che gestiva i propri terreni attraverso un’agricoltura promiscua, associando in spazi ridotti seminativi primaverili, autunnali, prati stabili, ortaggi, vigneti e quant’altro, così che il fagiano potesse trovare un ambiente migliore in cui alimentarsi e riprodursi. Il secondo fattore è l’aumento incontrastato delle specie antagoniste, predatrici e invasive. Sapete tutti a cosa mi riferisco: ormai le nostre campagne, sono sempre più prese d’assalto da ghiandaie, gazze, volpi etc…. ma non solo, anche la presenza sempre maggiore del cinghiale fa si che la distruzione delle uova e dei pulcini sia ormai quasi totale. Sicuramente con l’art 19 della Legge 157/92 non si è in grado di diminuire la presenza delle specie antagoniste e predatrici nei nostri territori, pertanto è doveroso dover modificare l’articolo in questione. Il terzo fattore è l’immissione delle stesse specie selvatiche nei nostri territori: spesso i comitati di gestione degli ATC immettono nei nostri territori fagiani di scarsa qualità, quasi da definirsi polli colorati e, più che altro, senza effettuare nessuna forma di gestione. Immissioni che, in alcuni casi, vengono effettuate addirittura a ridosso della stagione venatoria. Questi “polli colorati” non costituiscono nessuna base per un insediamento di popolazioni stabili, ma anzi diventano facili prede incrementando così le popolazioni dei predatori, i quali vengono così aiutati a riprodursi in modo semplice e senza alcuno sforzo. Ma esistono soluzioni? Sicuramente non sono semplici ma si potrebbe iniziare con l’acquistare soggetti di qualità da usare nei ripopolamenti, in modo da incrementare la loro sopravvivenza ed il loro successo riproduttivo così che i pulcini possano sviluppare il loro istinto selvatico utile a sfuggire alle insidie dei predatori. Inoltre si potrebbe concordare con gli agricoltori la realizzazione di appezzamenti di terreno nei quali fare miglioramenti ambientali che, seppure previsti dalla legge nazionale oggi non vengono ormai più realizzati in modo significativo per provare a ricreare un habitat migliore. Terzo elemento, certamente non meno importante, è quello di sensibilizzare i cacciatori sul prelievo delle specie predatrici e antagoniste : per esempio, si potrebbe non far pagare l’iscrizione agli ambiti di caccia a coloro che ogni anno raggiungono il prelievo di un certo numero di capi. Quarto elemento, la vigilanza che dovrebbe essere attiva, educativa ma non repressiva Tutto questo è fattibile, ma quanto sono disposti a fare gli enti preposti, cioè ATC e regioni? Questa è la domanda alla quale spesso non viene fornita risposta neppure dagli stessi enti gestori. Se si percorresse la strada che ho indicato, quasi sicuramente ci sarebbero molti più cacciatori e, soprattutto il prelievo venatorio non sarebbe rivolto solo su poche specie, in modo tale da aumentarne la sostenibiltà. Purtroppo però credo che la politica sia lontana da quel buonsenso che noi, comuni cacciatori, dimostriamo ogni giorno.

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