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Obbligo di motivazione per sequestri e confische

ARMI

Cari amici del CPA, in questo numero tratterò dell’obbligo di motivazione per il sequestro preventivo dell’arma e per la confisca a seguito di sentenza di condanna definitiva. Occorre far chiarezza, poiché molto spesso agenti di polizia giudiziaria e purtroppo, anche qualche PM, dimenticano di motivare adeguatamente il sequestro o la confisca, rendendoli di fatto nulli. La terza sezione della suprema Corte di Cassazione, con ordinanza n. 3677/2018, aveva rimesso alle Sezioni Unite la seguente questione di diritto: «se, per le cose che costituiscono corpo di reato, il decreto di sequestro probatorio possa essere motivato con formula sintetica, ove la funzione probatoria del medesimo costituisca connotato ontologico ed immanente del compendio sequestrato, di immediata evidenza, desumibile dalla peculiare natura delle cose che lo compongono, o debba, invece, a pena di nullità, essere comunque sorretto da idonea motivazione in ordine al presupposto della finalità perseguita, in concreto, per l’accertamento dei fatti». All’udienza del 19 aprile 2018, le Sezioni Unite hanno fornito risposta affermativa. Per quando riguarda la confisca il discorso è più articolato. Appare opportuno tratteggiare, ricordando a noi stessi, brevemente la disciplina della confisca, al fine di meglio comprendere la portata della violazione ed erronea applicazione della Legge penale in riferimento alla confisca disposta in Sentenza. La confisca, prevista dall’art. 240 del codice penale, è una misura di sicurezza patrimoniale, che prescinde dalla valutazione di pericolosità sociale dell’autore del reato, propria invece delle misure di sicurezza personali. L’art. 240 c.p. distingue due forme di confisca: facoltativa, regolata dal primo comma, relativa alle «cose che servirono o furono destinate a commettere il reato, e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto»; obbligatoria, regolata dal secondo comma, «delle cose che costituiscono il prezzo del reato», «dei beni e degli strumenti informatici o telematici che risultino essere stati in tutto o in parte utilizzati per la commissione dei reati di cui agli articoli 615-ter, 615-quater, 615-quinquies, 617-bis, 617-ter, 617-quater, 617-quinquies, 617-sexies, 635-bis, 635-ter, 635-quater, 635-quinquies, 640-ter e 640-quinquies nonché dei beni che ne costituiscono il profitto o il prodotto ovvero di somme di denaro, beni o altre utilità di cui il colpevole ha la disponibilità per un valore corrispondente a tale profitto o prodotto, se non è possibile eseguire la confisca del profitto o del prodotto diretti», «delle cose, la fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione delle quali costituisce reato, anche se non è stata pronunciata condanna». Le SS.UU. sull’ammissibilità della confisca, diretta ed obbligatoria, mediante la sentenza che riconosce l’intervenuta prescrizione del reato (Cass. pen. SSUU, 26 giugno 2015 (dep. 21 luglio 2015), n. 31617, Pres. Santacroce, Rel. Macchia, Ric. Lucci), affermano che “il Giudice, nel dichiarare la estinzione del reato per intervenuta prescrizione, può applicare, a norma dell’art. 240, secondo comma, n. 1, cod. pen., la confisca del prezzo del reato e, a norma dell’art. 322-ter cod. pen., la confisca del prezzo o del profitto del reato sempre che si tratti di confisca diretta e vi sia stata una precedente pronuncia di condanna, rispetto alla quale il giudizio di merito permanga inalterato quanto alla sussistenza del reato, alla responsabilità dell’imputato ed alla qualificazione del bene da confiscare come profitto o prezzo del reato”. La Corte di Cassazione, nel caso Lucci, un caso che ha fatto scuola, accolse parzialmente il ricorso presentato dall’imputato, ed ha annullato la sentenza della Corte d’assise d’appello di Milano – per quanto qui rileva – limitatamente alla confisca, rinviando per un nuovo giudizio sul punto ad altra sezione della medesima Corte d’appello milanese; rilevando i giudici della Suprema Corte, le sentenze di merito non hanno chiarito, né quella di primo grado, né tanto meno quella d’appello, «lo specifico strumento ablatorio applicato nel caso concreto», essendosi limitate a ordinare la confisca ai sensi dell’art. 240 c.p. dei beni che costituiscono profitto dell’associazione a delinquere, senza però specificare se la confisca dovesse essere adottata ai sensi del primo o del secondo comma di tale disposizione. Posto che le diverse figure di confisca richiamate dall’art. 240 c.p. (e, in particolare, la confisca facoltativa del prodotto o profitto del reato prevista al primo comma, e la confisca obbligatoria del prezzo prevista al secondo comma) si fondano su presupposti applicativi differenti, ad avviso della Cassazione, si impone un nuovo giudizio da parte della Corte d’appello volto a chiarire quale misura patrimoniale sia stata applicata in relazione ai beni dell’imputato e a verificare la sussistenza dei relativi presupposti. Come noto, le SS.UU. hanno affermato che la confisca del prezzo del reato, a norma dell’art. 240 co. 2 n. 1 c.p., e la confisca del prezzo o del profitto, a norma dell’art. 322 ter c.p., può essere disposta dal Giudice dell’impugnazione anche con una sentenza che dichiari la estinzione del reato per intervenuta prescrizione, a condizione e «sempre che si tratti di confisca diretta e vi sia stata una precedente pronuncia di condanna, rispetto alla quale il giudizio di merito permanga inalterato quanto alla sussistenza del reato, alla responsabilità dell’imputato ed alla qualificazione del bene da confiscare come profitto o prezzo del reato». Ancora, i Giudici della Suprema Corte giungono alla conclusione che «la confisca del prezzo del reto non presenti connotazioni di tipo punitivo, dal momento che il patrimonio dell’imputato non viene intaccato in misura eccedente il pretium sceleris». Il provvedimento ablativo, in altre parole, non avrebbe – secondo le Sezioni Unite – finalità repressiva, «dal momento che l’acquisizione all’erario finisce per riguardare una res che l’ordinamento ritiene … non possa essere trattenuta dal suo avente causa, in quanto … non è mai legalmente entrata a far parte del patrimonio del reo». Anche il concetto di “condanna”, requisito che compare nell’art. 240 co. 1 c.p., come anche nell’art. 322 ter c.p., andrebbe inteso ai fini della confisca non in senso formale ma sostanziale, come pronuncia del giudice che accerti la sussistenza del reato e la responsabilità dell’autore, anche se applica la prescrizione. Alla luce di queste brevi considerazioni che, seppur molto tecniche, e me ne scuso, delinea chiaramente che appena colpiti da un sequestro e/o dalla confisca dell’arma o delle munizioni, bisogna immediatamente attivarsi per porre un freno a questi abusi da parte di operatori di polizia poco attenti e, soprattutto di Magistrati che senza motivare adeguatamente convalidano sequestri e dispongono confische in assenza dei presupposti di Legge. Un discorso a parte merita la perquisizione eseguita ai sensi dell’art. 41 TULPS; com’è noto, in materia di armi, è contenuta nell’art. 41 R.D. 18.6.1931, n. 773 (Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza), concernente le perquisizioni “esclusivamente locali” ed il conseguente sequestro, effettuate di iniziativa estemporanea, anche fuori della flagranza o di evasione, da Ufficiali che da Agenti di polizia giudiziaria, che abbiano notizia (pure se anonima), «anche per indizio», dell’esistenza in qualsiasi locale (pubblico o privato o in qualsiasi abitazione), di armi, munizioni e materie esplodenti, non denunciate o non consegnate o comunque illecitamente detenute. A differenza delle perquisizioni previste dal Codice di rito (artt. 352-356), la perquisizione in esame è solo locale (anche domiciliare ed estendibile al mezzo di trasporto) e non anche personale. Per la sua intrinseca e inderogabile urgenza (dovuta al pericolo per la sicurezza pubblica discendente dalla illegale detenzione di armi), è effettuata oltre che dagli Ufficiali anche dagli Agenti di polizia giudiziaria e sulla base di elementi di prova più generici. Per questa ragione, si ritiene solitamente che, a legittimarla, possa essere anche una notizia anonima o confidenziale.
Garanzie difensive
Si applicano le garanzie previste per le perquisizioni locali disciplinate dal codice (artt. 352 e 356 c.p.p.). Il difensore ha “facoltà” di assistere senza diritto di essere preventivamente avvisato (art. 356 c.p.p.). Della facoltà di farsi assistere, la stessa Polizia Giudiziaria deve dare notizia all’indagato se presente (art. 114 att.). La presenza del difensore non è però necessaria e, in difetto di nomina, alla Polizia Giudiziaria non è disposto di designare un difensore di ufficio. Se la persona vuole farsi assistere da un difensore, è opportuno che la Polizia Giudiziaria renda effettivo tale diritto se non vi è pericolo nel ritardo o se questo non comporta un serio intralcio all’espletamento dell’atto (Cass. 27372/06). L’inizio della perquisizione può essere, in tali casi, momentaneamente sospeso per consentire l’intervento del difensore.
Documentazione e trasmissione
Il verbale della perquisizione è trasmesso all’ufficio del Pubblico Ministero non oltre le 48 ore; il P.M. procede, nelle 48 ore successive, alla convalida della perquisizione (e dell’eventuale sequestro). I dati della perquisizione vanno inseriti nel CED-SDI, quindi, in caso di esito positivo, si crea un pregiudizio ostativo al rinnovo.
Mi rendo conto che la materia è vasta e di difficile comprensione ai non addetti ai lavori, per questo vi invito a rivolgersi immediatamente, senza ritardo, alle strutture del C.P.A. o ad un Avvocato di fiducia per ottenere un primo soccorso legale. Certo di aver fatto chiarezza in una questione molto articolata e complessa. Un cordiale saluto e sempre forza C.P.A.

Avv. Pino Lanunziata – Garante Nazionale C.P.A.

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